Alimenti importati, il 20% del cibo straniero viola tutti gli standard

Due prodotti su dieci tra gli alimenti importati in Italia non rispettano le norme etiche e di sicurezza imposte dalla legge. I rischi per la salute.

La cultura del cibo nel Belpaese è una cosa seria, tuttavia si stima che circa il 20% degli alimenti importati violi ogni tipo di norma etica, ambientale o di sicurezza. Nel dettaglio si parla di infrazioni gravi sotto il profilo delle dinamiche di coltivazione, allevamento, produzione, trattamento, e delle politiche del lavoro. In pratica 2 prodotti su 10 vengono ottenuti sfruttando manodopera sottopagata o minorile, senza il benché minimo riguardo per l’ecosostenibilità e per la salute.

A lanciare l’allarme è Coldiretti che negli ultimi anni, nel corso della sua costante opera di monitoraggio e vigilanza, ha riscontrato massicce irregolarità negli alimenti importati in Italia. I casi sono talmente tanti e macroscopici da poter stilare una “lista nera” sia dei cibi che dei paesi da tenere sotto la lente. Tra le zone dove maggiormente si concentrano le infrazioni vi è l’Africa, l’Asia e il Sudamerica. Ecco la black list degli alimenti importati sotto accusa e dei relativi luoghi di provenienza:

  • Riso dal Vietnam
  • Agrumi, peperoni e fichi secchi dalla Turchia
  • Zucchero di canna dalla Colombia
  • Cacao dalla Costa d’Avorio
  • Frutta secca dall’Indonesia
  • Pesce dalla Tailandia
  • Legumi secchi dal Canada (trattati con pesticidi vietati in Italia)
  • Pomodori, clementine, fragole, cetrioli, aglio, carciofi e zucchine dal Marocco
  • Pollo dai Paesi Bassi
  • Arachidi e integratori dagli Stati Uniti
  • Pesce dalla Spagna (con elevate percentuali di mercurio e cadmio)

Il “Tricolore” è al primo posto per i cibi IGP e DOC, sia dal punto di vista della quantità che della qualità, quindi è immaginabile il disappunto quando sugli scaffali arrivano alimenti importati fuori legge. Non è sufficiente intensificare i controlli su ciò che arriva dall’estero, ben oltre il 40% della popolazione è convinta che bisognerebbe ridurre se non eliminare del tutto gli scambi di merci per il comparto enogastronomico. Non si tratta solo di puro campanilismo o di “razzismo” che dai banchi della politica si sposta alle tavole, ma di istinto di auto conservazione e di salvaguardia per il patrimonio nostrano. Gli alimenti importati illegalmente sono un mercato purtroppo in crescita, che va stroncato sul nascere.

 

 

 

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