Overeducation, in Italia troppi laureati “eccessivamente” qualificati

È paradosso della disoccupazione, l’overeducation crea un divario tra il livello di studi dei candidati e gli impieghi disponibili. L’analisi dell’Istat.

Il termine “overeducation” è solo l’ennesimo inglesismo importato anche in Italia per indicare la sovra educazione, cioè il possedere un titolo di studio troppo elevato rispetto al lavoro che si svolge. I giovani più colpiti da questo fenomeno sono in particolare i laureati in materie umanistiche e scienze sociali, mentre i più fortunati sotto il profilo dell’occupazione escono di solito da facoltà come Medicina o Ingegneria. L’overeducation comporta che un soggetto, dopo anni di studi, di sacrifici, soldi spesi, master, stage e specializzazioni, si trovi poi a ricoprire mansioni decisamente incongruenti con il proprio percorso didattico. Se fosse solo questo il “problema” lo si potrebbe anche accettare, pur di lavorare e di percepire uno stipendio.

Il guaio è che molto spesso dei curriculum troppo corposi scoraggiano le aziende o i datori di lavoro, perché non possono garantire una paga commisurata alle qualifiche in possesso del candidato. Di frequente in molti sono costretti a riconvertirsi professionalmente facendo altri corsi per acquisire nuove skills e presentarsi in veste totalmente differente da quella con cui ci si è magari congedati dal proprio ateneo con un bel 110 e lode. L’Istat stima che l’overeducation sia stratificato tra la popolazione maschile intorno al 24% mentre arriva al 9% per quella femminile.

Conquistare il pezzo di carta però non è “del tutto” inutile, perché per lo stesso impiego un laureato arriverà a guadagnare uno stipendio maggiore di un soggetto che invece ha magari soltanto un diploma. La ragione sta nella prospettiva e nella maggiore garanzia di produttività che può dare il possesso della laura. In termini di overeducation resta però la questione del fare qualcosa che non c’entra nulla con ciò che si ha studiato o con le proprie ambizioni. Queste sono tra le ragioni che spingono i giovani a fuggire all’estero o a buttare nella spazzatura la propria laurea, per prenderne magari un’altra più spendibile sul mercato del lavoro.

 

 

 

 

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