Pensioni, monito Ocse: in Italia pensione effettiva prima dei 63 anni

Secondo l’Ocse l’Italia è il paese che ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale.

Lo scrive l’Ocse nel Panorama sulle pensioni 2017. Nel 2016 tra l’età di uscita per vecchiaia e quella media effettiva ci sarebbero stati 4,4 anni di differenza. L’età di uscita è di 66,7 anni e il divario risulta il più alto nell’area Ocse.

lavoroSi esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento degli uomini è di 0,8 anni. Per le donne il divario si riduce invece a 0,2 anni.

Per il report, attualmente la sfida italiana è quella di limitare la spesa pensionistica nel breve e medio termine. Al tempo stesso si devono però affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati.

La spesa per le pensioni in Italia era nel 2013 pari al 16,3% del Pil (+21% rispetto al 2000). Secondo l’Ocse l’incidenza nel tempo è destinata a scendere al 15,3% nel 2020 e al 13,8% nel 2060. Il dato italiano rimarrà comunque sopra la media Ocse.

Per quanto riguarda la prospettiva attuale di pensionamento per i giovani, la stima è di 71 anni e 2 mesi. Più alta dell’età pensionabile italiana ci sarà solo quella danese (74 anni). Il dato sarà sopra la media dei Paesi industrializzati, stimata attorno a 65,5 anni.

“Dopo la crisi finanziaria e la crisi del debito in Europa, le riforme previdenziali sono state numerose” spiega l’Ocse. “Tuttavia, anche considerando i progressi compiuti, persistono timori sulla sostenibilità finanziaria e l’adeguamento delle pensioni nei sistemi previdenziali”. Questi timori sono dovuti principalmente dal continuo invecchiamento delle società, associato all’evoluzione della natura del lavoro.

L’organismo internazionale infine avverte: “I Paesi dell’Ocse non devono attendere la prossima crisi per attuare le riforme necessarie per rispondere all’aumento della longevità”. Sarà necessario concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione. Inoltre, un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali per la vecchiaia.

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