La procedura fallimentare dura troppo? La Legge Pinto permette il risarcimento

La durata della procedura fallimentare è uno dei tanti notevoli problemi cui si trovano di fronte le aziende del nostro paese, e che rendono sempre più difficile fare impresa in Italia andando a concorrere alla creazione di un sistema sfavorevole che si riflette duramente sulla capacità competitiva delle stesse, rispetto a quelle di paesi che hanno invece operato in modo di eliminare i possibili ostacoli. Esiste un modo per rivalersi, spesso ignorato, anche per gli imprenditori danneggiati, la Legge Pinto, studiata in origine per indennizzare chi ritiene di avere ricevuto un danno dalla lunga durata di un procedimento giudiziario, sia esso di carattere civile, penale o amministrativo.

legge pintoLa legge Pinto, è stata varata nel corso del 2001 in qualità di parziale risposta ad uno dei maggiori problemi che affliggono ormai da decenni la giustizia italiana, la lunghezza dei processi, che con la loro dilatazione eccessiva arriva a configurarsi come una palese violazione dei principi di civiltà giuridica.

Principi che se sono stati spesso agitati in maniera del tutto propagandistica e strumentale a fini politici, non di meno sono stati oggetto di grande recriminazione da parte di tanti cittadini che si sono ritrovati almeno una volta nella loro esistenza a vivere una vera e propria odissea tale da comprometterne la serenità, psicologica ed economica.

Il provvedimento in questione, ha portato alla introduzione nell’ordinamento giuridico del nostro paese di uno strumento teso a favorire una riparazione proporzionale al danno subito, sia esso di carattere patrimoniale o meno, con la palese violazione dei diritti connessi alla persona umana e sanciti in maniera irrevocabile dalla Convenzione per la salvaguardia degli stessi e delle libertà considerate fondamento della nostra civiltà.

La Convenzione in questione, è stata firmata nel lontano 1950, a Roma, ma, per ironia della sorte, è praticamente rimasta inapplicata proprio sul territorio dello stato teatro della firma, perlomeno sino al definitivo varo della legge Pinto.

La quale decreta la riparazione per il torto subito in una somma pecuniaria per ogni anno in cui il processo di carattere penale, civile o amministrativo sia andato oltre la sua equa durata, il quale consiste in una cifra che può variare dai mille ai duemila euro (il massimo è previsto per casi particolarmente rilevanti) e a seconda di quale sia la Corte competente dal punto di vista territoriale.

Va ricordato al proposito, che la domanda per il risarcimento può essere presentata dagli interessati indipendentemente dall’esito della causa, in quanto presuppone un danno anche per la parte che perde, derivante proprio dal dilungarsi eccessivo del processo e che per periodo ragionevole si deve intendere un periodo che è stato fissato a sei anni, derivante dai tre anni necessari per il procedimento di primo grado, cui vanno ad aggiungersi i due anni del secondo e un ulteriore anno in Cassazione.

Anni che però diventano sette nel caso delle procedure fallimentari.

Tutto ciò, in base ad una sentenza della Corte di Cassazione, risalente al 18 novembre del 2009 e contrassegnata dal numero 24360, la quale stabilisce che anche esse possono essere oggetto della legge Pinto.

Proprio la sentenza della prima sezione della Cassazione definisce in sette anni il termine di ragionevole durata delle procedure fallimentari, oltrepassato il quale l’imprenditore interessato può proporre perciò ricorso.

Un ricorso che va comunque presentato nel termine di sei mesi dal passaggio in giudicato dell’atto, dopo di che non è più possibile l’uso dello strumento che è invece sempre proponibile quando il processo è in corso.

Decaduti i sei mesi, il diritto decade del tutto.

Si tratta di uno strumento che estende anche al mondo delle imprese una norma di elementare civiltà e che può perlomeno fungere da deterrente per un sistema giudiziario che troppe volte sembra dimenticarsi delle elementari esigenze dei normali cittadini, quindi anche degli imprenditori e delle conseguenze di un diritto alla giustizia che se non viene del tutto negato, viene continuamente diluito in uno spazio temporale che alla va a tramutarsi nell’esatto contrario di quella che dovrebbe essere la civiltà giuridica di un paese moderno.

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