Jobs Act, come cambia la collaborazione coordinata e continuativa

La riforma del lavoro attuata dal Governo Renzi ha l’obiettivo di incentivare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato sopra le altre tipologie di contratto.

Tra queste, in particolare il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa ha conosciuto un forte ridimensionamento a causa della discordanza diffusa tra forma contrattuale e reale situazione dei lavoratori.

lavoroMentre negli anni precedenti la riforma, l’ingerenza del committente nelle attività svolte dal lavoratore non rappresentava condizione sufficiente affinché fossero applicate al rapporto le regole e le tutele del lavoro subordinato, con il Jobs Act la conversione in rapporto subordinato risulta più immediata nel caso non sussista la condizione di autonomia del lavoratore.

Esistono però alcuni casi in cui la collaborazione coordinata e continuativa non può decadere e, anzi, risulta legittimata.

Il primo riguarda le collaborazioni i cui requisiti siano stati accertati da una commissione abilitata dalla legge (comma 3 dell’articolo 2 del Dlgs 81/2015), come i sindacati, le Università, le Fondazioni dei consulenti del lavoro. Ciò significa che se la Commissione qualifica come genuina la collaborazione, eventuali terzi che volessero far riconoscere le condizioni del rapporto di lavoro subordinato avrebbero come unica possibilità quella di rivolgersi al Giudice.

Altro caso di legittimazione della collaborazione si verifica quando le parti sociali, attraverso un accordo collettivo a livello nazionale, sanciscono l’inapplicabilità del “controllo” del committente nei confronti di determinate tipologie di collaborazioni.

Infine, il rapporto di collaborazione è legittimato nel caso di professioni intellettuali per le quali sia prevista l’iscrizione all’albo.

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